venerdì, 01 agosto 2008

Umberto_EcoA che serve il professore?

Internet offre agli studenti molte più informazioni che la scuola. Ma poi c'è bisogno di qualcuno che li aiuti a cercare, filtrare e selezionare

Nella valanga di articoli sul bullismo nelle scuole ho letto di un episodio che proprio di bullismo non definirei ma al massimo d'impertinenza - e tuttavia si tratta di una impertinenza significativa. Dunque, si diceva che uno studente, per provocare un professore, gli avrebbe chiesto: "Scusi, ma nell'epoca d'Internet, Lei che cosa ci sta a fare?". Lo studente diceva una mezza verità, che tra l'altro persino i professori dicono da almeno vent'anni, e cioè che una volta la scuola doveva trasmettere certamente formazione ma anzitutto nozioni, dalle tabelline nelle elementari, alle notizie sulla capitale del Madagascar nelle medie, sino alla data della guerra dei trent'anni nel liceo. Con l'avvento, non dico di Internet, ma della televisione e persino della radio, e magari già con l'avvento del cinema, gran parte di queste nozioni venivano assorbite da ragazzi nel corso della vita extrascolastica. Mio padre da piccolo non sapeva che Hiroshima fosse in Giappone, che esistesse Guadalcanal, aveva notizie imprecise di Dresda, e sapeva dell'India quello che gli raccontava Salgari. Io sin dai tempi della guerra queste cose le ho apprese dalla radio e dalle cartine sui quotidiani, mentre i miei figli hanno visto in televisione i fiordi norvegesi, il deserto di Gobi, come le api impollinano i fiori, com'era un Tyrannosaurus Rex; e infine un ragazzo d'oggi sa tutto sull'ozono, sui koala, sull'Iraq e sull'Afghanistan. Forse un ragazzo d'oggi non sa dire bene che cosa siano le staminali ma le ha sentite nominare, mentre ai miei tempi non ce lo diceva neppure la professoressa di scienze naturali. E allora che ci stanno a fare gli insegnanti? Ho detto che quella dello studente di cui parlavo era solo una mezza verità, perché anzitutto l'insegnante oltre che informare deve formare. Quello che fa di una classe una buona classe non è che vi si apprendano date e dati ma che si stabilisca un dialogo continuo, un confronto di opinioni, una discussione su quanto si apprende a scuola e quanto avviene di fuori. Certo, che cosa accada in Iraq ce lo dice la televisione, ma perché qualcosa accada sempre lì, sin dai tempi della civiltà mesopotamica, e non in Groenlandia, lo può dire solo la scuola. E se qualcuno obiettasse che talora ce lo dicono persone anche autorevoli a 'Porta a Porta', è la scuola che deve discutere 'Porta a Porta'. I mass media ci dicono tante e cose e ci trasmettono persino dei valori, ma la scuola dovrebbe saper discutere il modo in cui ce lo trasmettono, e valutare il tono e la forza delle argomentazioni che vengono svolte sulla carta stampata e in televisione. E poi c'è la verifica delle informazioni trasmesse dai media: per esempio, chi se non un insegnante può correggere le pronunce sbagliate di quell'inglese che ciascuno crede di imparare dalla televisione? Ma lo studente non stava dicendo al professore che non aveva bisogno di lui perché erano ormai radio e televisione a dirgli dove stia Timbuctu o che si è discusso sulla fusione fredda, e cioè non gli stava dicendo che il suo ruolo era stato assunto da discorsi per così dire sciolti, che circolano in modo casuale e disordinato giorno per giorno sui vari media - e che se sappiamo molto sull'Iraq e poco sulla Siria dipende dalla buona o cattiva volontà di Bush. Lo studente stava dicendo che oggi esiste Internet, la Gran Madre di tutte le Enciclopedie, dove si trovano la Siria, la fusione fredda, la guerra dei trent'anni e la discussione infinita sul più alto dei numeri dispari. Gli stava dicendo che le informazioni che Internet gli mette a disposizione sono immensamente più ampie e spesso più approfondite di quelle di cui dispone il professore. E trascurava un punto importante: che Internet gli dice 'quasi tutto', salvo come cercare, filtrare, selezionare, accettare o rifiutare quelle informazioni.A immagazzinare nuove informazioni, purché si abbia buona memoria, sono capaci tutti. Ma decidere quali vadano ricordate e quali no è arte sottile. Questo fa la differenza tra chi ha fatto un corso di studi regolari (anche male) e un autodidatta (anche se geniale). Il problema drammatico è certamente che forse neppure il professore sa insegnare l'arte della selezione, almeno non su ogni capitolo dello scibile. Ma almeno sa che dovrebbe saperlo; e se non sa dare istruzioni precise su come selezionare può fornire l'esempio di qualcuno che si sforza di paragonare e giudicare volta per volta quello che Internet gli mette a disposizione. E infine può mettere quotidianamente in scena lo sforzo per riorganizzare in sistema ciò che Internet gli trasmette in ordine alfabetico, dicendo che esistono Tamerlano e i Monocotiledoni ma non quale sia il rapporto sistematico tra queste due nozioni. Il senso di questi rapporti può darlo solo la scuola, e se non sa farlo dovrà attrezzarsi per farlo. Altrimenti le tre I di Internet, Inglese e Impresa rimarranno soltanto la prima parte di un raglio d'asino che non sale in cielo.
Umberto Eco (17 aprile 2007)
martedì, 29 luglio 2008
spremuta“Non voglio studenti lavoratori”
Problema numero uno: studiare e dare gli esami; problema numero due: lavorare e mantenersi; problema numero tre: al Politecnico di Torino studiare e lavorare «sono quasi completamente incompatibili». O almeno questo pensa un professore e questo ha scritto il Garante per gli studenti a Eleonora Ferrarese, 24 anni, universitaria e lavoratrice, al terzo anno di Ingegneria delle Telecomunicazioni. Risultato: «Signorina, è inutile che si presenti all’appello, sprecherebbe solo del tempo». Parola di accademico. Guida dello Studente alla mano, la frequenza sarebbe obbligatoria, con le modalità concordate tra studente e professore. Il fatto è che Eleonora ha già dato 36 esami, gliene mancano quattro e ha già pronto il titolo della tesi.

L’odissea inizia il primo aprile e assomiglia a un «pesce». Quattro mesi dopo lo scherzo non è finito, gli appelli quasi. «Il punto è - spiega -, che il professore non ha voluto darmi il materiale per studiare». Prende fiato, ordina i pensieri, riparte: «Lavoro a tempo pieno, spesso fuori città, non posso seguire le lezioni. Quindi gli ho scritto una e-mail prima che iniziasse il suo corso chiedendogli il programma e se fosse necessario frequentare, come ho sempre fatto. Un mese e mezzo dopo mi ha risposto che avrebbe inserito dei documenti online, ma che le lezioni erano importanti. Come se non lo sapessi, ma io ho bisogno di lavorare». Si ferma, incrocia le braccia, si mordicchia il labbro, è spaventata ma anche stanca. «Mi ha rovinato la vita. Dicevo, ho creduto alla sua buona fede. E ho aspettato».

Nel frattempo ha dato un altro esame e lavorato per l’agenzia di moda che le dà uno stipendio. Il 6 giugno ha fissato un incontro con il professore: «La prima domanda è stata sul mio lavoro e alla mia risposta ha storto il naso. Mi ha detto che visto che non avevo seguito le lezioni, di fatto avevo scelto tra studio e lavoro e non potevo pretendere di sostenere l’esame come i frequentanti. Peccato che la frequenza qui non la attesti nessuno». Non pago, il professore le suggerisce «caldamente» di non presentarsi agli appelli del 30 giugno e del 18 luglio «poiché del tutto inutile, secondo il docente non avrei avuto le basi per sostenerlo». Al primo ha rinunciato, al secondo è andata con tanto di statino in mano: «Se avesse avuto ragione, il Politecnico non me lo avrebbe stampato». Uscita dall’aula credeva di aver messo un punto «e invece il professore mi ha detto che avrei dovuto sostenere anche un orale». Arrivata a casa, stessa solfa:
scrive al professore, gli chiede il programma, riceve il silenzio.

Mentre parla sfoglia il dossier che ha preparato, infilando una dopo l’altra le e-mail al Garante degli studenti, al preside di Facoltà e al suo rappresentante legale. Alza lo sguardo, ricomincia: «Non volevo arrivare fin qui, ma non è giusto. Io ho diritto a studiare. E mi viene bene: ho preso 30 di Fisica e 29 di Analisi Matematica».

Il nodo si stringe quando
il professore, su «ordine» del Preside, indica a Eleonora una serie di siti per prepararsi: «Peccato che mi abbia segnalato il Centro Nazionale per l’Informatica nella pubblica amministrazione e il Garante per la Privacy, l’universo mondo, milioni di dati, casi specifici. Gli ho chiesto precisazioni ma è stato inutile».

D’altronde si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e i carteggi raccontano il tentativo del Preside di risolvere la questione senza alzare i toni. «Il professore ha sbagliato - dice Claudio Beccari, Garante per gli studenti - ma non credo l’abbia discriminata perché lavoratrice. Piuttosto, essendo un esterno che arriva da Giurisprudenza, non conosce le dinamiche del nostro ateneo, che prevedono una bibliografia chiara e a disposizione degli studenti». Incalzato, Beccari va oltre: «È certo che la ragazza è stata danneggiata. Se il professore continua a rifiutarsi e se il preside riterrà che non è più in grado di soddisfare la qualità della didattica, si farà in modo che non gli venga rinnovato il contratto».

Interpellato, il professore non risponde. Così come il Politecnico, che preferisce non prendere le parti di nessuno prima che l’orale sia concluso. E intanto Eleonora aspetta che qualcuno le stacchi il pesce d’aprile dalla schiena.
Tratto da LA STAMPA
postato da: 30eLode alle ore 09:14 | Permalink | commenti (5)
categoria:scuola, lavoro, abusi, licenziamenti, precari, studentessa, studenti lavoratori